
“Japa mala” è il termine con cui ci riferiamo abitualmente alla “collana dai 108 grani” utilizzata per la meditazione: japa (sanscrito: जप) è un termine sanscrito che si riferisce alla pratica spirituale di ripetere un mantra, una preghiera o una frase sacra , mentre “mala” (sanscrito: माला; mālā) significa “ghirlanda”. Pertanto, “japa mala” descrive un tipo di rosario utilizzato per contare le ripetizioni durante la meditazione in tradizioni come l’induismo, il buddismo e il sikhismo, favorendo la concentrazione e l’approfondimento della consapevolezza.
Ci sono mille risposte a questa domanda: si tratta di un numero simbolico ricorrente nello yoga, dal significato speciale e importante anche nella pratica del Saluto al Sole.
In matematica ogni numero ha un significato:
1: Dio; 0: il vuoto; 8: l’infinito.
Nel corpo energetico 108 sono le Nadi (canali energetici) che si incontrano nel chakra del cuore Anahata. “108″ sono anche le Upanishad, testi filosofici e religiosi antichi dell’India.

E ancora: in sanscrito ci sono 54 lettere maschili e 54 lettere femminili, il cui totale, sommandole, fa proprio 108. La distanza Terra-Luna è circa 108 volte il diametro della Luna, e questa coincidenza fa sì che il Sole e la Luna appaiano della stessa grandezza nel cielo terrestre.
Quale scegliere?
Il japa mala tradizionale è realizzato con perline di rudraksha, pianta che nasce sulle colline himalayane dove si trovano le sorgenti del Gange e la leggenda vuole che sia nata dalle lacrime di Shiva. Hanno un colore marrone-rosso, risultano ruvide al tatto. Si possono trovare anche mala in perline di legno di sandalo naturale o trattato (bianco o chiaro), in Tulsi (basilico sacro) oppure in pietre dure spesso con i colori dei 7 chakra.
Scegli quello che ti chiama!
Come si usa?
Per tradizione si usa indossato al collo o al polso sinistro ma in India ho appreso che è bene custodirlo gelosamente nascosto dagli indumenti o in una borsina apposita e usarlo solo quando si medita. Nella meditazione si usano il pollice e il medio per scorrere i grani che non vanno mai toccati col dito indice (dito dell’intelletto/EGO) o col mignolo (simbolo di inerzia e pigrizia).
Si sostiene con entrambe le mani dai due lati tenendolo leggermente teso e si scorrono con le dita della mano destra i 108 grani in senso orario senza mai toccare la 109esima pietra, detta meru, sumeru o “pietra del guru”. Quando si arriva a questa significa che un giro di mantra è terminato e si ruota tra le mani il mala per ricominciare dall’altro lato.
Mantra e sloka
Si possono ripetere mantra o sloka (distico, inno o verso poetico). Il mantra più potente e conosciuto è AUM: il suono primordiale della Terra, dove A sta per Brahma, la creazione, U per Vishnu, la conservazione e M per Shiva, che distrugge e trasforma (nel prossimo articolo approfondirò l’argomento).
Lo sloka più comune è quello di Pace: “Sahana Vavatu” ma anche “Lokah Samastah Sukhino Bhavantu”, che si traduce “Possano tutti gli essere su questa terra essere felici” e che rappresenta solo l’ultimo verso del mantra di chiusura della pratica di Ashtanga (di cui ti parlerò in seguito).













